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“PCOS” Sindrome dell’Ovaio Policistico

La sindrome dell’ovaio policistico (PCOS) è una condizione eterogenea e assai comune nella donna in età riproduttiva, che ha come connotati clinici tipici l’iperandrogenismo e alcune manifestazioni morfo-funzionali ovariche, in particolare l’anovulazione e l’aspetto micro- policistico della ghiandola.
La sindrome ovarica policistica è solitamente definita come una sindrome clinica. Tipicamente le ovaie, contengono un gran numero di cisti follicolari, di diametro compreso tra i 2 e i 6 mm, e talvolta le cisti più grandi contengono cellule atresiche. Le ovaie possono essere di volume aumentato, con capsula liscia e ispessita, o possono avere dimensioni normali.

Questa sindrome comporta anovulazione o disfunzione ovulatoria e un eccesso di androgeni di eziologia incerta. Tuttavia, alcune evidenze suggeriscono che i pazienti hanno un’anomalia funzionale del citocromo P450c17 che colpisce la 17-idrossilasi (l’enzima limitante nella produzione di androgeni); come risultato si ha un’aumentata produzione di androgeni.

Sintomatologia:

I sintomi iniziano tipicamente alla pubertà e peggiorano con il tempo. L’adrenarca precoce, caratterizzato da un eccesso di solfato deidroepiandrosterone (DHEAS) e spesso dalla crescita precoce dei peli ascellari, dal cattivo odore del corpo, e da acne microcomedonica, è frequente.

I sintomi tipici comprendono obesità lieve, lieve irsutismo e irregolarità mestruali o amenorrea. Tuttavia, in più della metà delle donne con sindrome ovarica policistica, il peso è normale, e alcune donne sono sottopeso. I peli corporei possono crescere in modo simile agli uomini (p.es., sul labbro superiore e mento, intorno ai capezzoli, e lungo la linea alba dell’addome inferiore). Alcune donne hanno altri segni di virilizzazione, come acne e calvizie temporale.

Diagnosi:

Aree di addensato, pelle scura (acanthosis nigricans) possono comparire nella zona periascellare, sulla nuca, sulle pieghe cutanee e sulle nocche e/o gomiti; la causa sono gli alti livelli di insulina determinati dall’ insulino-resistenza.

• Criteri clinici
• Livelli sierici di testosterone, ormone follicolo-stimolante, prolattina e ormone stimolante la tiroide
• Ecografia pelvica

La disfunzione ovulatoria si presenta solitamente alla pubertà, con conseguente amenorrea primaria; pertanto, questa sindrome è improbabile se si sono presentate mestruazioni regolari per qualche tempo dopo il menarca.

L’esame rivela spesso abbondante muco cervicale, che riflette alti livelli di estrogeni. La sindrome dell’ovaio policistico va sospettata nelle donne che hanno almeno 2 dei sintomi tipici.

Gli esami comprendono il test di gravidanza e la misurazione dei livelli di testosterone totale sierico, dell’ormone follicolostimolante (FSH), della prolattina e dell’ormone tireostimolante (TSH); e l’ecografia pelvica per escludere altre possibili cause dei sintomi. Il testosterone libero sierico è più sensibile del testosterone totale ma è tecnicamente più difficile da misurare.
Livelli di testosterone normali o lievemente aumentati e livelli di FSH normali a lievemente diminuiti suggeriscono una sindrome dell’ovaio policistico.

Trattamento:

Progesteroni intermittenti o contraccettivi orali
• Integratori alimentari ( Myo-Inositolo, D-chiro-Inositolo, Acido folico, ecc.)
• Il trattamento dell’irsutismo e nelle donne adulte degli effetti a lungo termine delle alterazioni ormonali
• Trattamento dell’infertilità nelle donne che desiderano una gravidanza

Il trattamento ha lo scopo di
• Correggere le anomalie ormonali e quindi ridurre i rischi di un eccesso di estrogeni (p.es., iperplasia endometriale) e di un eccesso di androgeni (p.es., malattie cardiovascolari)
• Alleviare i sintomi

Si incoraggia il dimagrimento e l’esercizio regolare. Possono essere utili indurre l’ovulazione, rendere i cicli mestruali più regolari, aumentare l’ insulino-sensibilità, e ridurre acanthosis nigricans, acne e irsutismo.

Prostatite Acuta Cronica

La prostatite è l’infiammazione della ghiandola prostatica, ossia l’organo prettamente maschile, a forma di castagna, localizzato appena sotto la vescica e avente un ruolo determinante nella costituzione dello sperma.

Esistono 4 tipi di prostatite:

  • la prostatite acuta di origine batterica (o prostatite di tipo I),
  • la prostatite cronica di origine batterica (o prostatite di tipo II),
  • la prostatite cronica non-batterica (o prostatite di tipo III)
  • la prostatite asintomatica (o prostatite di tipo IV).

Le prostatiti di tipo I, II e III tendono ad accompagnarsi a una lunga serie di sintomi; tra quest’ultimi, i più comuni sono: le difficoltà urinarie, il dolore in sede rettale, scrotale e inguinale, e l’eiaculazione dolorosa.

Prostata: cenni di anatomia e funzioni

La prostata (o ghiandola prostatica) è una ghiandola prettamente maschile, situata sotto la vescica, davanti la porzione d’intestino crasso chiamata retto.

Attraverso la prostata decorre parte dell’uretra, cioè il dotto che porta all’esterno l’urina e – al momento dell’orgasmo – il liquido seminale

Attorno alla prostata, prendono inserzione dei muscoli denominati sfinteri, la cui contrazione rende momentaneamente impossibile l’uscita delle urine, mentre consente la fuoriuscita dello sperma.

Funzioni

La prostata secerne un liquido, chiamato liquido prostatico, il quale – mescolandosi con altri secreti prodotti dalle vescichette seminali e con gli spermatozoi, costituisce lo sperma.

Il liquido prostatico ha un’importanza vitale per gli spermatozoi originati nei testicoli, in quanto garantisce loro nutrimento, protezione e maggiore fluidificazione consentendone una maggiore motilità.

Cause

I batteri che causano la prostatite acuta di origine batterica possono essere:

  • Batteri che provocano le infezioni urinarie, in altre parole i batteri all’origine di una cistite (infezione della vescica), un’uretrite (infezione dell’uretra) ecc.
  • Batteri che inducono le infezioni sessualmente trasmissibili, ossia i batteri all’origine della clamidia, della gonorrea ecc.Di norma, in queste circostanze, l’evento scatenante è un rapporto anale o una serie di rapporti anali con una persona infetta: gli agenti patogeni batterici provengono dall’intestino crasso del soggetto portatore dell’infezione, e colonizzano la prostata dell’individuo sano, risalendo attraverso l’uretra.
  • La prostatite acuta di origine batterica può essere anche la conseguenza di: un’epididimite (infiammazione dell’epididimo), la fimosi (restringimento anomalo del prepuzio), un’ostruzione del collo vescicale, un trauma lesivo a livello del perineo (area compresa tra lo scroto e l’ano) o una biopsia della prostata (in questi frangenti l’infiammazione rappresenta una complicanza della procedura in questione).

Fattori di rischio

Sono fattori di rischio della prostatite acuta batterica:

  • La presenza di un’infezione batterica a livello delle vie urinarie (cistite, uretrite ecc.);
  • Bere poca acqua. È un fattore di rischio delle infezioni batteriche a livello delle vie urinarie; pertanto, negli individui di sesso maschile, è anche un fattore di rischio di prostatite acuta di origine batterica;
  • I rapporti sessuali non protetti con persone affette da un’infezione sessualmente trasmissibile;
  • L’avere più partner sessuali;
  • Il cateterismo vescicale;
  • Un precedente intervento di biopsia della prostata;
  • La presenza di lesioni a livello dell’intestino retto;
  • L’immunodepressione. Le persone in uno stato di immunodepressione (i cosiddetti “immunodepressi”) sono soggetti con ridotte difese immunitarie o totalmente privi di difese immunitarie, il che li rende suscettibili allo sviluppo ripetuto di infezioni batteriche, virali e/o fungine.
  • La presenza di un’orchite, ossia un’infiammazione di uno o entrambi i testicoli;

Sintomatologia:

  • Febbre alta con brividi;
  • Sintomi simil-influenzali;
  • Sensazione di forte malessere;
  • Dolore localizzato all’area pelvica, alla zona lombare della schiena, attorno all’ano, all’inguine e/o allo scroto;

Problemi urinari, quali :

  • Sensazione di impellente bisogno di urinare
  • Nicturia (bisogno di urinare alla notte)
  • Disuria (minzione difficoltosa)
  • Ematuria (emissione di sangue con l’urina)
  • Stranguria (minzione intermittente o lenta, e dolorosa)
  • Emissione di urine maleodoranti,
  • Flusso urinario ridotto
  • Difficoltà a svuotare completamente la vescica.
  • Dolore durante i rapportisessuali ;
  • Eiaculazione dolorosa;
  • Emospermia (sangue nello sperma)

In genere, l’iter diagnostico per l’individuazione della prostatite acuta batterica, comincia da un accurato esame obiettivo e da un’attenta anamnesi; quindi, prosegue con la cosiddetta esplorazione rettale digitale (ERD) e la palpazione dei linfonodi inguinali; infine, termina con: esami del sangue, esami delle urine, analisi di laboratorio su un campione di liquido prostatico ottenuto dopo il massaggio della prostata, spermiocoltura, tampone uretrale.

Il ricorso a una serie così articolata di indagini diagnostiche serve anche a escludere le condizioni dai sintomi simili alla prostatite acuta batterica (diagnosi differenziale).

Il trattamento della prostatite acuta di origine batterica consiste in una terapia antibiotica.

Poiché la prostata è scarsamente sensibile all’azione degli antibiotici, tale terapia deve protrarsi per diverse settimane, affinché abbia gli effetti sperati (cioè determini l’eliminazione, dall’organismo, dell’agente infettivo scatenante).

In genere, la terapia antibiotica per una prostatite acuta batterica dura dalle 4 alle 6 settimane; non è escluso, però, che il medico curante decida di prolungarla qualche giorno in più, se ha leciti dubbi sulla risoluzione dell’infezione.

In merito alla durata della terapia antibiotica, per una prostatite acuta di origine batterica i medici sono abbastanza chiari e affermano che occorre protrarre il trattamento fino alla completa scomparsa della malattia; cosa molto importante, il trattamento non deve mai essere interrotto alla semplice regressione dei sintomi (fenomeno che può verificarsi anche dopo pochi giorni di terapia).

La regressione dei sintomi, infatti, non significa aver eliminato dall’organismo l’agente infettivo.

Un’interruzione precoce della terapia antibiotica per una prostatite acuta batterica potrebbe portare a resistenza batterica.

Durante la fase di trattamento della prostatite acuta batterica, i medici raccomandano ai pazienti di bere molta acqua (per evitare la disidratazione dovuta alla febbre) e di astenersi dalla pratica sessuale (N.B: anche il partner deve sottoporsi alla terapia antibiotica). Inoltre, consigliano (o ritengono utile a velocizzare la guarigione):

  • La masturbazione, in quanto l’eiaculazione favorisce lo svuotamento della prostata e l’allontanamento dei batteri che l’hanno infettata;
  • L’astensione dal ciclismo a qualunque intensità (quindi anche la semplice biciclettata per il centro urbano), perché sedersi sulla sella della bici comporta una pressione a carico della prostata;
  • L’impiego di un cuscino per sedersi (l’ideale sarebbe un cuscino a ciambella);
  • Bagni caldi;
  • Una dieta che escluda il consumo di sostanze come il caffè, l’alcol e le spezie, in quanto considerate “irritanti” .

Altri possibili farmaci

In alcune circostanze, in aggiunta alla terapia antibiotica, i medici potrebbero prescrivere altre cure farmacologiche, tra cui:

  • Un trattamento a base di farmaci antidolorifici, ossia farmaci contro il dolore. I classici antidolorifici prescritti in caso di prostatite acuta di origine batterica sono il paracetamolo e l’ibuprofene (un FANS).

Prevenzione

Per prevenire la prostatite acuta batterica, si consiglia di :

  • Praticare un’attività sessuale sana e sicura,
  • Assumere liquidi (acqua) in quantità adeguate alle esigenze dell’organismo,
  • Provvedere con attenzione all’igiene intima,
  • Evitare le attività che possono determinare traumi perineali
  • Curare tempestivamente le infezioni alle vie urinarie.
  • L’utilizzo di sostanze antiossidanti e antiinfiammatorie naturali si sono dimostrate efficaci nel trattamento di prevenzione e della funzionalità della ghiandola prostatica.

“IPB” Iperplasia Prostatica Benigna

L’ipertrofia o iperplasia prostatica benigna (BPH o IPB), conosciuta anche come adenoma prostatico (BEP) è una malattia a carico della ghiandola prostatica.  Si tratta di un suo aumento di volume dovuto all’incremento del numero di cellule, che si estrinseca principalmente nella zona “di transizione” della prostata, ovvero in una parte centrale attorno all’uretra prostatica. E’ una crescita di tipo benigno, cioè comporta compressione sui tessuti circostanti senza infiltrarli.

E’ un fenomeno legato all’invecchiamento ma che in alcuni soggetti è maggiore che in altri, e col passare degli anni può causare una compressione e distorsione dell’uretra prostatica ostruendo la fuoriuscita dell’urina. IPB colpisce il 5-10% degli uomini di 40 anni di età, e fino all’80% degli uomini tra 70 e 80 anni.

Sintomatologia:

I sintomi non sono correlati con le dimensioni della ghiandola: infatti una prostata di piccole dimensioni può provocare sintomi ostruttivi molto più gravi di una prostata dalle dimensioni maggiori; questo perché la sintomatologia deriva dalla somma di due componenti: quella statica, determinata dalla massa della ghiandola, e quella dinamica, dovuta al tono della muscolatura liscia del collo vescicale, della prostata e della sua capsula. Riconosciamo due tipi di sintomi: quelli urinari di tipo ostruttivo, e quelli di tipo irritativo. Fra gli ostruttivi si ricordano la difficoltà ad iniziare la minzione, l’intermittenza di emissione del flusso, l’incompleto svuotamento della vescica, il flusso urinario debole e lo sforzo nella minzione.

Fra i sintomi irritativi si annoverano la frequenza nell’urinare, che è detta pollachiuria, la nicturia, cioè un aumentato bisogno durante la notte, l’urgenza (la necessità di svuotare la vescica non può essere rimandata) e il bruciore ad urinare. Questi sintomi, ostruttivi ed irritativi, vengono valutati usando il questionario dell’ International Prostate Symptom Score (IPSS), formulato per appurare la severità della patologia.

La IPB può essere una patologia progressiva, specialmente se non curata. L’incompleto svuotamento della vescica può portare all’accumulo di batteri nel residuo vescicale aumentando i rischi di prostatiti e pielonefriti. L’accumulo di urina può, peraltro, portare anche alla formazione di calcoli dovuti alla cristallizzazione di sali nel residuo post-minzionale. La ritenzione urinaria, acuta o cronica, è un’altra forma di progressione della patologia. La ritenzione urinaria acuta è l’incapacità a vuotare completamente la vescica, mentre quella cronica vede il progressivo aumentare del residuo e della distensione della muscolatura della vescica. Chi soffre di ritenzione urinaria cronica, può andare incontro ad una patologia di compromissione renale detta uropatia ostruttiva.

Diagnosi:

L’esplorazione rettale, (palpazione della prostata attraverso il retto), può rivelare un marcato ingrossamento della ghiandola; è un esame molto soggettivo che dipende dall’abilità dell’urologo. Maggiore precisione al fine della valutazione del volume prostatico è dato dall’ecografia sia sovrapubica che transrettale. L’ecografia inoltre evidenzia il residuo postminzionale, cioè se rimane urina stagnante in vescica dopo aver urinato, che è sintomo importante che la IPB si sta aggravando.  Altro segno da valutare è lo spessore delle pareti vescicali, che se incrementa è un altro segno di ostruzione al deflusso urinario. L’ecografia inoltre consente di diagnosticare complicanze frequenti di una IPB trascurata, come diverticoli vescicali, calcoli, o sedimento nel lume dell’organo emuntore.

La uroflussimetria è forse l’esame più utile in IPB, perché evidenzia se tale patologia causa un’ostruzione oppure no. Distingue perciò la IPB significativa da quella non significativa sulla dinamica minzionale. Alcuni parametri come Qmax (velocità di flusso massima) sono usati anche per verificare la risposta alle terapie nel tempo.

Il PSA è spesso eseguito nei pazienti IPB per screenare se coesiste una componente maligna della patologia. E’ un esame del sangue che se innalzato indica una qualche sofferenza della ghiandola prostatica, includendo patologie benigne come infiammazione, IPB o traumatismo, ma anche il carcinoma prostatico. Un suo innalzamento richiede un attento monitoraggio e, eventualmente, esami più approfonditi.

  • Terapia Medica:

Gli alfa bloccanti (α1-recettori adrenergici antagonisti) procurano un sostanziale miglioramento dei sintomi della BPH. Gli alfa bloccanti rilassano la muscolatura della prostata e del collo vescicale ed aumentano la portata del flusso urinario, ma possono causare eiaculazione retrograda.

Gli inibitori della 5α-reduttasi, (finasteride e dutasteride) sono un altro trattamento praticato. Quando vengono usati in abbinamento agli alfa bloccanti, si è notata una drastica riduzione del volume della prostata in persone con ghiandole molto ipertrofiche.

Vi è anche una notevole evidenza dell’efficacia di Fitoterapici, quali l’estratto del frutto della Serenoa repens (o saw palmetto) e dei semi di zucca nell’alleviare i sintomi della patologia.

  • Terapia Chirurgica:

In caso di fallimento del trattamento medico, può rendersi necessario un trattamento chirurgico. Qualsiasi intervento chirurgico per IPB pone a rischio, in entità differente, la meccanica eiaculatoria del paziente. A contrario, la rigidità nell’erezione e la capacità di arrivare all’orgasmo non vengono influenzati da questa chirurgia correttamente eseguita.

Adenomectomia open surgery. Significa rimuovere l’adenoma mediante il tradizionale taglio chirurgico, nella variante trans vescicale (ATV) o infravescicale (Millin). Interventi usati da oltre 50 anni, hanno ancora un’efficacia insuperata anche se con una morbilità perioperatoria che alcuni mettono in discussione, nella realtà attuale di chirurgia mini-invasiva. Interventi tuttora definiti “gold standard” in caso di prostate veramente voluminose.

Resezione transuretrale dell’adenoma prostatico (TURP). Questo prevede la resezione di parte della prostata attraverso l’uretra. Consigliabile per prostate fino a un certo volume, presenta il vantaggio della mini-invasività, ovvero evitare tagli e un recupero postoperatorio più rapido. Esistono anche alcune nuove tecniche per ridurre il volume della prostata ipertrofica, alcune delle quali non sono ancora abbastanza sperimentate per stabilire i loro effetti definitivi. Esse prevedono vari metodi per distruggere parte del tessuto ghiandolare senza danneggiare quello che rimarrà in sito. Fra queste si ricordano: la vaporizzazione transuretrale della prostata (TVP), la laser TURP, la visual laser ablation (VLAP), la Transurethral Microwave Thermo Therapy (TUMT), la Transurethral needle ablation of the prostate (TUNA) e la sua evoluzione tecnologica Prostiva, micro iniezioni di etanolo in situ ed altre ancora allo studio o in via di sperimentazione.

Calcolosi delle vie urinarie.

La calcolosi urinaria (o urolitiasi) è una condizione patologica caratterizzata dalla presenza di calcoli nelle vie urinarie. Tali calcoli possono localizzarsi a qualsiasi livello delle vie urinarie: calici, pelvi, uretere, vescica e uretra. Di solito si formano a livello renale e successiva- mente possono migrare nell’uretere dove, ostacolando il deflusso dell’urina, causano la colica renale.

Il dolore della colica renale insorge improvvisamente a carico della regione lombare e può irradiarsi verso i genitali. Ha durata variabile da alcuni minuti ad alcune ore. Possono essere associati sintomi disurici (simil cistitici), nausea e vomito ed ematuria (presenza di sangue nelle urine). Qualche volta si può presentare febbre alta preceduta da brivido.

In Italia, la frequenza di questa patologia è stimata essere circa 17 casi su 1000 abitanti, con una più elevata incidenza al Sud e nel sesso maschile.
I principali fattori di rischio che favoriscono l’instaurarsi dell’urolitiasi possono schematicamente essere divisi in:

Fattori dietetici: scarsa assunzione di acqua, abuso di proteine animali, elevato consumo calcio e sodio;

Fattori non dietetici: storia familiare, obesità, malattie specifiche (iperparatiroidismo primitivo, acidosi tubulare renale, iperossaluria, morbo di Crohn, gotta)

I calcoli possono presentare una differente struttura minerale. L’ossalato di calcio
è il maggior costituente (circa il 65%), Altre sostanze, da sole o in associazione tra loro,
sono l’acido urico, l’urato monoammonio, la carbossiapatite, la struvite (“calcoli da infezione”), la cistina e la brushite.

La diagnosi si avvale di esami ematici e strumentali.

  • Esami ematochimici: emocromo (dove si potrà rilevare un aumento dei globuli bianchi, segno di infezione sistemica); funzionalità renale (azotemia, creatinina ed elettroliti sierici).
  • Esame urine ed urinocoltura, in quanto i calcoli possono essere fonte di infezioni urinarie.
  • Ecografia renale e vescicale: esame non invasivo che riveste un ruolo di primo piano non solo nell’identificare direttamente il calcolo, la sua posizione e la sua dimensione, ma anche nel rilevare l’eventuale dilatazione renale, segno indiretto di ostruzione al deflusso urinario.
  • RX diretta dell’apparato urinario: è in grado di evidenziare calcoli radiopachi lungo il decorso delle vie urinarie, tenendo presente che i calcoli di acido urico sono radiotrasparenti.
  • TC addome e pelvi (senza e con mezzo di contra- sto): rileva con alta accuratezza diagnostica sia il calcolo che la sede dell’ostruzione e ci dà un’idea anche della funzione del rene.

Il trattamento della colica renale deve essere indirizzato alla risoluzione del dolore.

I farmaci più utilizzati sono i Farmaci anti-infiammatori non steroidei (FANS).

Il Fillanto, il cui nome botanico è Phyllanthus, dimostra le sue proprietà antilitiche (spaccapietra), decongestionanti, antispasmodiche e diuretiche. E’ pertanto entrato nella pratica urologica come coadiuvante della espulsione della sabbia renale nonché del trattamento litiasico. Ciò in associazione all’introito adeguato di liquidi favorisce, se ne coesistono le condizioni, l’espulsione spontanea del calcolo. L’espulsione spontanea del calcolo, dovuta all’attività peristaltica dell’uretere, è condizionata soprattutto dalle dimensioni e dalla sede del calcolo. Circa l’80% dei calcoli ≤4 mm è passibile di espulsione spontanea, mentre per formazioni litiasiche più grandi tale possibilità si riduce.

Laddove non si verifichi l’espulsione spontanea, il trattamento della calcolosi mira a liberare dalla via urinaria il calcolo che ostruisce il deflusso delle urine o con mezzi farmacologici o con manovre strumentali endoscopiche o a cielo aperto, quest’ultime sempre più di raro impiego grazie alle nuove strumentazioni mininvasive. Le dimensioni e la sede del calcolo sono i principali fattori dirimenti che determineranno il tipo di intervento.

Cistite

La cistite, o infezione non complicata delle basse vie urinarie, è una fastidiosa infiammazione (flogosi) della mucosa vescicale. E’ una condizione morbosa molto frequente e colpisce prevalentemente il sesso femminile; si stima infatti che circa il 25-35 delle donne di età compresa tra i 20 e i 40 anni abbia manifestato almeno un episodio di cistite nel corso della sua vita e circa 1⁄4 di queste svilupperà un’infezione ricorrente entro 6-12 mesi.

Negli uomini adulti la sua incidenza generalmente non supera l’1-2 e tende ad aumentare dopo i 50 anni, colmando il gap rispetto al sesso femminile, in conseguenza di condizioni quali l’ostruzione cervico-uretrale dovute all’ipertrofia prostatica benigna. Spesso questa condizione si associa a prostatite batterica.

Numerosi sono i fattori di rischio che sembrano predisporre le donne all’insorgenza ed alla ricorrenza degli episodi di cistite:

  • Frequenti rapporti sessuali nell’ultimo mese (gli effetti meccanici della penetrazione durante un rapporto sessuale favorirebbero l’ingresso di batteri a livello vescicale)
  • Uso di sistemi contraccettivi quali le creme spermicide e/o i diaframmi (essi generano alterazioni dell’ecosistema vaginale)
  • Uso indiscriminato di antimicrobici (l’uso spropositato di alcuni antimicrobici altera la normale flora batterica vaginale costituita da lactobacilli comportando una persistente colonizzazione vaginale da parte di uro patogeni come per esempio l’ E. Coli)
  • Età di esordio della sintomatologia disurica < 15 anni
  • Madre affetta da infezione delle vie urinarie (IVU) (sono state proposte numerose ipotesi per spiegare la possibile esistenza di una predisposizione genetica all’insorgenza di episodi di cistite ricorrenti quali una carente risposta immunitaria locale IgA mediata o un’alterazione dello strato di rivestimento uroteliale, altra difesa naturale nei confronti delle infezioni)
  • Distanza uretra-ano, la distanza media dell’uretra dall’ano risulta più corta nelle donne con IVU ricorrenti (4,8mm vs 5mm).

 Fattori tipici delle donne in post menopausa quali il deficit estrogenico che altera il normale trofismo vaginale, pregressi chirurgici uro ginecologici, il cistocele, un elevato residuo post minzionale.

Vie di Infezione:

Tra le vie d’infezione dell’apparato urinario quella più frequente è la via ascendente che prevede la risalita di agenti patogeni di derivazione fecale, vaginale o uretrale. Meno frequente è la via ematogena limitata a germi poco frequenti quali il Mycobacterium Tubercolulosis e lo Staphylococcus Aureus che, peraltro, causano infezioni localizzate prevalentemente al rene.

La via linfatica è, invece, un’infezione correlata al passaggio di batteri da organi contigui infetti come il colon, l’apparato genitale femminile, la prostata e l’appendice.

Gli agenti eziologici sono in genere batteri Gram (-) e di questi sicuramente quello più comune, che è isolato in circa il 70-95dei casi, è l ‘Escherichia Coli. Lo Staphilococcus saprophyticus è invece presente nel 5-19 dei casi mentre altri patogeni quali lo Streptococcus faecalis o altre Enterobacteriaceae come il Proteus o la Klebsiella sono identificati solo occasionalmente.

Nelle infezioni nosocomiali (ovvero che insorgono in ambiente ospedaliero) e in quelle complicate (presenti in soggetti con anomalie morfo funzionali delle vie urinarie) si verificano spesso colonizzazioni polimicrobiche o colonizzazioni causate da germi antibiotico resistenti.

Sintomatologia:

Sul piano clinico la cistite è caratterizzata dai seguenti sintomi irritativi:

  • Pollachiuria: aumento transitorio o permanente del numero di minzioni durante le 24 ore, accompagnato dalla riduzione del volume vuotato per ogni atto minzionale
  • Disuria: difficoltà saltuaria o continua nell’urinare. La minzione può essere lenta e poco copiosa, richiede uno sforzo eccessivo, i muscoli appaiono contratti ed il getto può risultare modificato nel volume o nella forma (deviato, tortuoso, ecc.) o arrestarsi improvvisamente e involontariamente
  • Stranguria: bruciore o dolore durante la minzione, talvolta accompagnato da brividi e freddo
  • Tenesmo vescicale: spasmo doloroso seguito dall’urgente bisogno di urinare
  • Urine torbide, a volte maleodoranti
  • Talvolta è presente anche ematuria o piuria. Questi termini sono utilizzati per indicare, rispettivamente, la presenza di sangue e pus nelle urine.

In genere la cistite acuta e non complicata non causa febbre.

Quando la temperatura sale notevolmente > 38 °C con brivido e dolore lombare è possibile che l’infezione si sia propagata alle alte vie urinarie.

La fenomenologia della cistite cronica è simile a quella della cistite acuta ma caratterizzata da sintomi più lievi.

Diagnosi:

La diagnostica di laboratorio si basa sull’esame fisico-chimico delle urine, sull’esame del sedimento urinario e sull’urinocoltura. L’esame delle urine dimostra la presenza di batteriuria (presenza di batteri nelle urine) associata a leucocituria (presenza di leucociti nelle urine) e talvolta a microematuria. L’urinocoltura consente la dimostrazione dell’infezione con l’identificazione dell’agente infettante, la determinazione della carica batterica e l’esecuzione dell’antibiogramma.

Nella valutazione della carica batterica è importante ricordare che nella giovane donna con sintomatologia suggestiva di cistite devono essere considerate probative della presenza di infezione anche cariche batteriche di minore entità rispetto alla soglia convenzionale di 100.000 colonia/ml.

Dopo un episodio di cistite non è necessario eseguire uno studio morfologico delle vie urinarie mentre, in caso di episodi ricorrenti, uno studio ecografico dell’apparato urinario può risultare molto utile.

Trattamento:

Curare correttamente la cistite sin dal primo episodio può fermare il circolo vizioso delle ricadute. La cistite ha in genere un decorso benigno e si risolve generalmente con un aumento dell’apporto idrico e un trattamento antibiotico. La terapia delle infezioni delle basse vie urinarie si basa sull’impiego di farmaci antibiotici la cui efficacia sui più comuni germi uropatogeni è nota.

Le raccomandazioni generali includono:

  • Adeguato apporto idrico giornaliero (>2 litri/die)
  • Utilizzo di mirtilllo rosso (molecole estraibili da questa pianta, come le protoantocianidine e il fruttosio, interferirebbero con l’ adesione delle fimbrie o pili batterici alla mucosa uroteliale)
  • Regolare l’alvo intestinale ed utilizzare fermenti lattici (la stipsi favorisce la contaminazione del tratto urinario)

Questi provvedimenti sono tutti intesi a potenziare i meccanismi antinfettivi naturali. In assenza di residuo vescicale post minzionale la diluizione e l’accorciamento del tempo di permanenza delle urine in vescica impediscono il raggiungimento di elevate cariche batteriche.

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